Nostalgia di profeti – Omelia di domenica 29 gennaio 2012
28 gennaio 2012 alle 03:51 | Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commentoL’Antico Testamento era tempo di profeti, e Israele la loro terra. La storia di questo popolo è sempre stata ricca di elementi profetici, di qualcuno che parlava “in nome di Dio”, che per conto di lui “proferiva parole”: prevalentemente parole di saggezza, ma anche parole di condanna, di denuncia, di stimolo e – perché no? – di misericordia.
E stando al brano di Deuteronomio, la profezia nasce in Israele da un’esigenza del popolo: ovvero, dalla necessità di avere qualcuno che facesse da intermediario tra Dio e il popolo stesso. Siamo nel contesto dell’Esodo, dell’uscita dalla schiavitù d’Egitto, contesto nel quale il popolo d’Israele si sta abituando a comunicare con Dio in forma “diretta”.
Senz’altro, Mosè è l’intermediario tra Dio e il popolo, perché lui parla faccia a faccia con Dio come nessun altro in Israele: ma lo stesso popolo ha l’opportunità (a dire il vero non sempre molto opportuna) di vedere i prodigi di Dio direttamente con i propri occhi. A partire dalle piaghe d’Egitto fino alle teofanie del Sinai, passando attraverso il Mar Rosso diviso in due parti, Israele sperimenta direttamente la grandezza della potenza di Dio.
E non sempre questo suscita fascino e ammirazione. L’esperienza di Dio è sempre anche un’esperienza tremenda, terrificante, soprattutto quando si manifesta in maniera violenta e inattesa. Ecco perché il popolo d’Israele, viste le continue manifestazioni di Dio, ha paura di esserne colpito e di morirne, e chiede a Dio attraverso Mosè di avere un “profeta”, ovvero qualcuno che manifesta loro Dio ma al tempo stesso li salva dalla sua ira.
E Dio mantiene la promessa: darà loro un profeta, a patto che questo profeta sia sempre onesto e parli sempre in nome di Dio, e non a nome suo personale. Ovvero, il profeta non dovrà approfittare della funzione affidatagli da Dio con la presunzione di comunicare al popolo parole sue; pena, addirittura, la sua morte.
Sì, perché il profeta è colui che parla le parole di Dio, non le sue. Il profeta è colui che annuncia una salvezza che non è la sua, una giustizia che non è la sua, una vittoria che non è la sua. Sembrerebbe una persona debole, uno che non ha attributi da avanzare, uno che conta poco: in realtà, la sua potenza è quella di colui che viene a compiere opere grandi e a dire parole forti in nome di un altro. Scaccerà anche i demoni, tanto è forte: ma sarà sempre in nome di Dio. Se prova ad approfittare di questo, con Dio ha chiuso.
Abbiamo nostalgia, oggi di profeti. La società, il mondo, la cultura, la religione, la Chiesa, hanno nostalgia di profeti. Anche questa terra latinoamericana da cui sto scrivendo, teatro di lotte e di rivoluzioni animate da spirito di giustizia e sete di verità, oggi sembra aver perso la profezia.
Un qualunquismo imperante si è impadronito di noi al punto che non abbiamo più voglia di gridare, di annunciare, di enunciare, di denunciare, di dire la verità di fronte alle ingiustizie, di parlare chiaro laddove nessuno parla chiaro. Tant’è, nulla cambia: chi ha i soldi ha sempre comandato, comanda, e sempre comanderà. E allora rimaniamo assuefatti a questo modo di essere, di vivere e di fare, e non ci importa più nulla di parlare chiaro, magari in nome di Dio, per mostrare un modello differente.
Ma il Cristo del vangelo di Marco non ci sta. Il profeta potente in parole ed opere, Gesù di Nazareth, ha ancora la forza di dire “Taci” alla voce dell’ingiustizia; ha ancora il potere di ordinare “esci da costui” alla violenza che alberga nel cuore dell’uomo; ha ancora il desiderio di mostrarci che un mondo diverso è possibile.
Sì, abbiamo nostalgia – e non è solo una constatazione, ma un’esortazione – di uomini forti e profetici che dicano chiare le cose di Dio. Ce ne sono pochi, quasi sono scomparsi, in questo mondo appiattito di fronte all’ingiustizia: ma non per questo noi non continueremo a sperare, e ad invocare, come il popolo con Mosè, che Dio ci mandi qualcuno che parli a lui in nostro favore e che ponga la parola “fine” a un mondo fatto di immobile, statica e dannosa conformazione con il nulla che lo circonda.
Dio dei profeti, se ci sei ancora, infiammaci con il fuoco della tua verità. E che la terra bruci non per l’ira del tuo sguardo, ma per la fiamma ardente della tua parola di giustizia.
Il tempo è compiuto: prendere o lasciare! – Omelia di domenica 22 gennaio 2012
20 gennaio 2012 alle 09:46 | Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commentoFinalmente, Marco. I brani del Vangelo del tempo di Natale e i successivi testi di Giovanni sull’Agnello di Dio indicato dal Battista ai suoi discepoli come presente nel mondo, cedono ora il passo alla lettura continuata (a parte l’interruzione della Quaresima) del Vangelo di Marco; un vangelo essenziale, scarno, quasi freddo nella sua essenzialità, riflesso di una predicazione ancestrale, degli inizi, probabilmente riconducibile all’apostolo Pietro, che costituisce la base su cui si è costruita la teologia dei Vangeli sinottici prima e della tradizione giovannea molto più tardi. Non a caso, Marco è considerato “la fonte” da cui ogni evangelista ha attinto per dire “qualcosa di suo” su Gesù di Nazareth.
Ma non per la sua evidente essenzialità si può certo affermare che il Vangelo di Marco sia povero, scialbo, senza una grande teologia rispetto a quanto le opere neotestamentarie a lui successive riescono ad elaborare. Marco pare scrivere il suo Vangelo come preso dalla necessità di rispondere a due domande: chi è questo Gesù di Nazareth, figlio di Giuseppe il falegname? E perché ha voluto sin dall’inizio essere un Messia “nascosto” che non si proclama al mondo in maniera evidente? La risposta alla seconda domanda ci aiuta a dare una spiegazione anche alla prima.
In effetti, il Gesù che traspare dal Vangelo di Marco è un Gesù che rifiuta la notorietà: quando, a più riprese, vedendo il suo potere di compiere miracoli, la folla acclama Gesù come Messia e Salvatore, egli rifiuta questi bagni di folla e si ritira in solitudine. E quando i demoni da lui stesso scacciati lo rivelano nella sua vera identità di Figlio di Dio e di Messia, egli ingiunge loro di non parlare. È quindi un Gesù che agisce “in chiaroscuro”: da una parte compie stupendi prodigi che rivelano all’uditore tutta la sua potenza e la sua gloria, dall’altra rifiuta ogni acclamazione e investitura ufficiale prima di essere accettato nella sua rivelazione finale, quella della Croce.
Allora, giustamente si può definire il Vangelo di Marco come un cammino che si trova ad affrontare due vette, una messa davanti all’altra, da conquistare necessariamente entrambe per comprendere appieno il progetto di Dio sull’umanità.
La prima “vetta” viene conquistata intorno al capitolo 8, quando Pietro riconosce con una storica professione di fede che Gesù è il Messia; la seconda vetta comporta un cammino più complesso, che passa attraverso la ricerca della “via” alla perfezione, attraverso tre differenti annunci di morte sua e dell’umanità, e soprattutto attraverso la sequela dei passi di Cristo che – come delle orme – marcano pure il nostro passo. Tra l’altro, la seconda vetta coincide veramente con la cima di un monte, il Calvario, sul quale Marco mette in bocca le parole che professano Gesù Figlio di Dio non a un devoto israelita, ma a un pagano romano, il centurione, che nonostante la sua formazione classica fatta di un Olimpo di immortalità, ma anche cinica e scettica di fronte alle manifestazioni del sacro, tipica di quel determinato periodo della storia di Roma, riconosce e proclama Gesù come “vero Figlio di Dio” a motivo della sua morte in croce. È perciò sulla croce che il Gesù di Marco ci rivela chi egli è veramente: l’annuncio della Resurrezione (importante, ma stranamente quasi secondario, per Marco) diventa solo l’esplicitazione, la glorificazione della messianicità di Gesù Cristo.
Si tratta, quindi, di mettersi in viaggio per conquistare queste due vette, senza perdere tempo: occorre mettersi in viaggio di buon mattino, come i migliori appassionati di montagna. È tempo di mettersi in cammino, perché il giorno è ormai avanzato.
È proprio “il tempo”, il protagonista di questo esordio di Marco nell’Anno Liturgico. Introdotto peraltro dalla vicenda di Giona (che stabilisce, in nome di Dio, un tempo per la conversione degli abitanti di Ninive) e dalle parole di Paolo, che nella lettera ai Corinti annuncia l’urgenza del tempo per vivere questo mondo che passa, Marco dà a Gesù un tempo. “Dopo che Giovanni fu arrestato”, Gesù inizia la sua missione, dando già per “compiuto” il tempo del Regno di Dio, di fronte al quale non possiamo più accampare scuse: occorre “convertirsi e credere al Vangelo”. Chi temporeggia, chi sta a guardare, chi vuole pensarci su ancora un attimo, chi non si sente ancora sicuro di fronte alla proposta del Regno, è fuori tempo massimo: prendere o lasciare, il Regno non può attendere.
O segui Cristo senza riserve, lasciandoti affascinare dalla proposta accattivante del suo itinerario, oppure resti lì a condurre la tua vita di sempre, rinchiuso nelle tue sicurezze, con la tua barca, con le tue reti, con i tuoi affetti e le tue amicizie, senz’altro più rassicuranti da un punto di vista della stabilità e delle certezze umane, ma decisamente poco aperti alla possibilità dell’incontro con lui, dell’incontro che ti cambia la vita e che ti porterà a capire chi è questo Gesù che ti annuncia il Regno di Dio in mezzo a noi.
Prendere o lasciare: il vangelo di Marco, nella sua essenzialità, ci offre un Gesù così, tutto d’un pezzo, senza tentennamenti, poco dedito a dare spiegazioni e motivazioni, a volte pure oscuro e difficile da comprendere, ma di certo – o forse proprio per questo – tremendamente affascinante. E in un periodo critico come questo, di proposte affascinanti, appassionanti e accattivanti, ne abbiamo davvero bisogno.
Non perdiamo tempo, dunque: lasciamo subito le nostre reti e seguiamolo, abbiamo solo da guadagnarci!
Cerchi qualcosa? E se trovassi Gesù…? – Omelia di domenica 15 gennaio 2012
12 gennaio 2012 alle 18:10 | Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento“Che cosa cerchi?”: pensiamo a quante volte avremo pronunciato questa frase nella nostra vita… Mi viene da pensare anche solo a una mamma che vede il figlio indaffarato a trafficare con le mani in un cassetto o con la porta di uno sgabuzzino spalancata, in cerca di qualcosa di introvabile che di solito solo alla mamma è possibile trovare senza difficoltà. Ognuno di noi, anche senza accorgersene, è (o è stato) alla ricerca di qualcosa nella vita. E non è detto che lo trovi immediatamente; così come non è scontato avere sempre qualcuno al nostro fianco che ci aiuti a trovare ciò che cerchiamo.
Mettersi alla ricerca, anche se a volte può creare scompiglio perché si mette tutto a soqquadro, è a mio avviso sempre e comunque un segno di vitalità (quale genitore non preferisce, del resto, avere un figlio vivace piuttosto che un bambino apatico e senza interessi?), perché significa non dare nulla per assodato, nulla per certo: significa ritenersi sempre in cammino. E rimanere in cammino è l’atteggiamento per eccellenza del discepolo, che è sempre alla sequela del maestro, pronto a fare ciò che egli dice perché ha in lui totale fiducia; anche quando giunge il momento in cui il maestro, con profonda onestà, riconosce che il discepolo deve prendere un’altra strada, la sua strada, a volte sotto la guida di qualcuno di più valido e importante.
È quanto avviene a questi discepoli di Giovanni Battista, i quali si fidano talmente del loro maestro da non esitare un solo istante a seguire Colui che dal Battista viene indicato come lo scopo, l’obiettivo del suo annuncio e della sua missione: l’Agnello di Dio, il Salvatore, Colui che con il suo sacrificio sulla Croce toglierà il peccato dal mondo.
Oltre al suggestivo e preciso dettaglio nel definire l’orario dell’incontro con Cristo (erano le quattro del pomeriggio… anche dopo tanti anni questo particolare rimane marcato “a fuoco” nella memoria dell’evangelista Giovanni), c’è un altro aspetto che desta la mia attenzione in questo bellissimo brano di Vangelo: ed è esattamente la domanda di Gesù, quella con cui abbiamo aperto la nostra riflessione. “Che cosa cercate?”, chiede Gesù quando, voltandosi, si accorge di essere seguito da un gruppo di giovani affascinati dalla sua personalità e da quanto si dice di lui. E la cosa ancor più interessante è che questi giovani rispondono con un’altra domanda, che – come ogni domanda – lascia tutto irrisolto, come prima: come nelle migliori situazioni di discepolato, sempre domandando, sempre in ricerca, sempre in cammino…
Qualcosa senz’altro cercano: cercano di capire dove abita, cosa fa, cosa pensa, che dottrina insegna; in definitiva, cercano di capire chi è. E ci riescono, alla fine: perché basta loro un pomeriggio per scoprire che quello non è un Maestro qualsiasi, ma “il Messia”, quello che secondo la loro particolare religione doveva venire per liberare il popolo da ogni forma di oppressione e ridonare la salvezza a quanti la cercavano. Faranno, senza dubbio, qualche errore, perché non coglieranno immediatamente ciò da cui il Messia è venuto a liberare: ma tant’è, per lo meno l’hanno incontrato e sono stati con lui.
Attualizzando questo episodio del Vangelo, anche noi ci troviamo – come dicevo all’inizio – sempre alla ricerca di qualcosa, anche quando la nostra ricerca riguarda “il sacro” in tutte le sue forme. Accudiamo alla sfera del religioso, andiamo in chiesa con più o meno frequenza per “cercare qualcosa”, a volte con un atteggiamento simile a quello consumista con il quale viviamo il quotidiano, ovvero per trovare qualcosa di utile, di vantaggioso, qualcosa che serva alla nostra vita, magari cercando anche in quello di “risparmiare” un po’: cerchiamo una messa domenicale, possibilmente veloce per non perdere molto tempo o per non annoiarci troppo, cerchiamo una parola di speranza da parte di chi tiene l’omelia, cerchiamo – quando ne abbiamo la necessità – il sacramento che fa per noi in base a ciò che nella vita ci è capitato, dal nascere, all’innamoramento, all’esperienza dell’errore, fino alla malattia e alla morte; cerchiamo spesso anche il “santo” o il “santuario” su misura, quello che risponda alle nostre necessità perché vi andiamo “una tantum” con qualche pellegrinaggio, nella speranza che questo non ci comprometta più di tanto, e con questo siamo a posto.
Ma il Maestro non si conforma a questo, e vuole che “veniamo da lui e vediamo”. Vuole che stiamo con lui, che perdiamo del tempo per lui, perché lui possa rivelarci davvero, fino in fondo, chi egli è.
Andare in Chiesa, allora, non diventa più “cercare e trovare qualcosa” che serva alla nostra vita (rimanendo delusi, magari, se l’omelia del prete non ci piace o se la messa era poco animata o per contro troppo lunga). Essere uomini e donne “di Chiesa” non vuol dire cercare “delle cose”, degli “oggetti sacri”, dei “talismani”, ma cercare una persona.
Vivere un’esperienza religiosa, per un cristiano, significa “cercare qualcosa” e “trovare qualcuno”, ovvero trovare Gesù Cristo per stare con lui, per condividere con lui un’esperienza forte, personale, per divenire suoi discepoli e per annunciarlo, a nostra volta, ai fratelli e agli amici che incontriamo sul nostro cammino.
Come avvenne quel pomeriggio, sulle rive del Giordano, dove Giovanni battezzava.
Come può avvenire anche quest’anno, all’inizio di questo Tempo Ordinario: un’esperienza che si ripete ogni anno, ma che ogni anno può aprirci nuove prospettive nella nostra esperienza di fede.
Battesimo: vita con Cristo – Omelia di Domenica 8 gennaio 2012 – Battesimo del Signore
5 gennaio 2012 alle 17:09 | Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commentoLa Festa del Battesimo del Signore ci richiama a considerare il Battesimo (il nostro, in modo particolare) come sacramento degli inizi della nostra storia di fede. Non ho dati attendibili alla mano, e quindi posso solamente supporre che anche il Battesimo, come altri sacramenti, conosca una fase di calo a livello numerico, dovuta certamente anche alla diminuzione del tasso di natalità tra i cristiani nel nostro paese e in generale nell’Europa di antica tradizione cristiana. Per contro, però, credo di poter affermare che il calo di battesimi sia proporzionalmente minore rispetto al calo di altri sacramenti, come ad esempio il Matrimonio. Significa cioè che, pur essendo in calo i matrimoni cristianamente celebrati, non alla stessa maniera calano i battesimi. Come interpretare questo fatto, dal momento che mostra un’apparente “incongruenza” nel processo di scristianizzazione (ovvero, il Matrimonio cristiano non “attira” più, mentre al Battesimo ci si tiene ancora)?
Mi pare di leggervi un doppio fattore, che può essere utile per comprendere il nostro modo di vivere il sacramento del Battesimo. Il doppio fattore che porta – nonostante tutto – a chiedere ancora il sacramento del Battesimo è quello della tradizione e dell’identità cristiana.
La richiesta del sacramento del Battesimo da parte di una coppia di genitori ha ancora in alcuni casi delle motivazioni profondamente cristiane e coerenti con un cammino di fede; ma sono decisamente di più i casi nei quali il Battesimo viene richiesto per portare a compimento una sorta di tradizione di famiglia, se non addirittura per una scaramanzia secondo la quale il bambino va battezzato per evitare che possa avere qualche problema di salute (c’è pure questo, credetemi). Tra i casi di battesimi non inseriti in un profondo cammino di fede cristiana da parte dei genitori si inserisce anche un tema di portata pastorale sempre più urgente e di fronte al quale il sacerdote o l’operatore pastorale deve agire con un’attenzione accurata e molto rispettosa. Mi riferisco ai battesimi di bambini i cui genitori, per differenti motivi, non possono celebrare un matrimonio cristiano dal punto di vista sacramentale. Non trovo giusto (anche se non ho ben presente cosa possa dire il Diritto Canonico al riguardo) che vi siano sacerdoti che si oppongono strenuamente alla celebrazione del Battesimo di un bambino nato all’interno di una situazione matrimoniale “irregolare” dal punto di vista canonico; questo non lo dico partendo da una motivazione “pietistica” (“Cosa c’entra il bambino? Un Battesimo non si può negare”, diciamo spesso noi preti “permissivisti”), bensì dalla necessità di un accorto discernimento e di un sempre maggiore atteggiamento di accompagnamento alla vita di fede cristiana di due genitori, qualunque sia la situazione matrimoniale che essi si trovino a vivere. Anche perché spesso la richiesta di Battesimo dei bambini da parte di coppie in situazioni canonicamente non regolari denota un desiderio di riscoperta delle cose di Dio al quale faremmo bene a porre molta attenzione, più che agli aspetti legati alle cose tradizionali.
Trovo invece molto più tradizionalista (e qui mi collego al secondo fattore) il modo di pensare di cristiani formalmente inseriti in una situazione matrimoniale canonicamente corretta che chiedono il Battesimo dei loro figli fondamentalmente per salvaguardare una situazione di identità cristiana che il nostro mondo rischia di perdere sotto l’attacco della scristianizzazione, della secolarizzazione, o di un’immigrazione selvaggia che immette un pluralismo religioso da contrastare in ogni mezzo. Beh, lasciatemi dire che se ci sono famiglie cristiane che fanno battezzare i figli (magari con sacerdoti che le assecondano in questo) perché non si perda la nostra identità culturale, forse è necessario un grande sforzo per fare loro ricomprendere il vero significato del Battesimo.
Io non credo che si possa ridurre il Battesimo a un fatto di tradizione o di difesa dell’identità cristiana di un territorio o di una comunità. Il Battesimo è vita piena con Cristo: punto. Ciò vuol dire che l’unica motivazione seria che spinge due genitori a chiedere il Battesimo per proprio figlio è la risposta ad una chiamata di Dio ad essere una sola cosa con lui nel suo Figlio Gesù, così come hanno risposto alla chiamata alla vita. E questa risposta per un credente deve essere una cosa naturale, innata, insita nel suo cuore, così come è stata la nascita del figlio.
L’assimilazione alla vita di Cristo per un cristiano dev’essere una cosa naturale che accompagna ogni momento della sua esistenza, dal nascere al morire, passando attraverso le fasi della crescita, della maturità, della scelta di vita: fasi accompagnate e segnate tutte quante dalla celebrazione di un sacramento che ne conferisce la grazia divina. E il Battesimo marca l’inizio di questa vita con Cristo, di fronte alla quale un cuore profondamente attaccato ai valori della fede cristiana non si fa domande né interrogativi, né pone condizioni: la vive perché la sente profondamente sua.
Questo potrebbe aiutarci a vivere anche in chiave pastoralmente diversa l’accompagnamento di una famiglia al sacramento del Battesimo: il problema fondamentale non deve essere quello di valutare la regolarità di una situazione matrimoniale dei genitori dal punto di vista cristiano, né quello di conservare un numero sufficientemente altro di cristiani, né tantomeno quello di non perdere terreno rispetto ad altre fedi o a un mondo che sembra aver “perso la bussola di Dio”. Si tratta invece, a partire da un innato desiderio di condividere la vita cristiana da parte di una famiglia che chiede il Battesimo – che sempre, sia pur in minima parte, esiste, altrimenti nemmeno lo chiederebbero – di accompagnare lungo tutto il percorso della vita cristiana questa famiglia e i suoi membri attuali e futuri ad un incontro sempre più profondo con Cristo.
Ecco perché il Battesimo non può essere visto come una situazione occasionale nella quale incontrare un gruppo di credenti per cercare di infarcirli il più possibile di catechesi (caso mai poi scappino e non li si veda più fino al prossimo Battesimo), ma come il momento iniziale di una costante vicinanza a loro in tutti i momenti della loro vita di fede.
Riscopriamo allora il nostro Battesimo come un momento forte di unione a Gesù Cristo e alla famiglia dei credenti, la Chiesa, di cui tutti noi facciamo parte proprio a partire dal Battesimo, al di là dell’intensità e della solidità della nostra vita di fede.
Dio c’è, nel buio e nel silenzio – Omelia dell’Epifania del Signore – 6 gennaio 2012
4 gennaio 2012 alle 10:42 | Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commentoGrazie a Dio, tra le molte cose che ci vengono sottratte nella vita di ogni giorno, non ci è ancora stata tolta la capacità di alzare il nostro sguardo verso l’alto e di vedere il cielo stellato e, quand’essa risplende, anche la luna. Tra l’altro, e curiosamente, questo avviene principalmente fuori dalle città, fuori dai grandi centri urbani, dove il cielo è offuscato dallo smog, dai fumi del traffico e dal cosiddetto “inquinamento luminoso”.
Curiosamente, dicevo, perché nei luoghi in cui, come la città, le luci e le vetrine dei negozi, le persone e le loro attività in continuo movimento, i molti mezzi che circolano lungo la strada ci danno l’impressione (e pure l’illusione) che ci sia vitalità e quindi splendore, in realtà non si riesce, pur alzando lo sguardo verso l’alto, a vedere il cielo stellato e la luna splendente. Per rivedere le stelle dobbiamo uscire dalla città, andare in luoghi isolati, in montagna, in aperta campagna, in riva al mare, dove più intensi sono il buio e il silenzio e dove di certo non abbiamo sensazioni di vitalità, ma piuttosto di staticità e a volte anche di nullità.
“Come fai a vivere in paese, così isolato dalla città? Non c’è niente!”: sono frasi che fanno parte ancora del nostro lessico quotidiano, anche se un po’ meno rispetto al passato. Perché la città, con le sue luci sfavillanti e la sua frenesia, ci dà l’illusione di offrirci tante opportunità: lavoro, soldi, svago, moda, possibilità, incontri, anche un po’ di potere in più rispetto ai piccoli centri di periferia, di campagna o di montagna. Chi lascia il proprio paese per andare in cerca di un’opportunità, seguendo la buona stella del proprio istinto e delle proprie aspirazioni, subito va in un grande centro urbano, e si informa su quali siano le possibilità di successo in quel nuovo contesto.
Ed è così che “alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme” ed entrarono in città, convinti di incontrare lo scopo della loro lunga ricerca, fatta scrutando gli astri, laddove era ancora possibile osservarli guardando il cielo. Ma entrati in città, non vedono più la stella, la buona stella del loro istinto e dei loro sogni. Vedono solo il palazzo del potere, e vi entrano, convinti che lì la loro stella potesse risplendere; ma invano. Non ottengono nulla, se non di turbare il re e tutta Gerusalemme. Viene fatto loro comprendere che è meglio che se ne vadano da lì, che cerchino altrove la loro buona stella: del resto – l’abbiamo detto – la città ti dà l’illusione di vedere molte luci brillare, ma non ti permette di vedere le stelle.
Forse è proprio il caso di uscire dal palazzo del potere: lì dentro, nessuno è interessato ad una stella che risplende, ma solo a conservare gelosamente il dominio, cosa che ci si procura di fare chiedendo ai Magi di “informarsi accuratamente sul bambino”, sul re dei Giudei che è nato, “per venire ad adorarlo”.
Ma chi ha nel cuore un desiderio, come dice la parola stessa, “dal cielo” cerca la propria ispirazione. E la cerca là dove il cielo è ancora stellato, e dove una morale parla ancora al cuore dell’uomo. E allora esce dalla città, dal palazzo del potere, e torna ad alzare lo sguardo verso il cielo. Questo sguardo elevato verso il cielo provoca nei Magi “una gioia grandissima”, perché il buio e il silenzio permette loro di tornare a vedere la stella, che li precede e li conduce fuori, lontano dalla città, nelle campagne, tra i greggi e in mezzo ai pascoli, fino al luogo dove incontrano lo scopo della loro ricerca. E davanti all’Astro che ha motivato lunghi anni della loro vita, essi esprimono e tirano fuori tutto il meglio di sé, la loro grande ricchezza: non solo l’oro dei beni materiali accumulati in tanti anni di lavoro, ma anche l’incenso dei beni spirituali che la luce della stella ha acceso e mantenuto vivo in loro, e pure la mirra dell’umile natura umana, destinata alla morte come ogni cosa creata.
Potrebbe terminare tutto lì, una volta ottenuto lo scopo della loro ricerca: eppure la vita continua, e “per un’altra strada fecero ritorno al loro paese”. “Per un’altra strada”, sì: perché – uscendo dalla metafora dell’Epifania – l’incontro con Dio ti cambia la vita, e non puoi più tornare sui tuoi passi. Ti apre a un mondo nuovo, ti apre a qualcosa che Lui ha voluto e sognato per te, ti apre alla missione.
E tutto questo se accetti di cercare Dio laddove il cielo sa ancora far risplendere la luce vera: non nell’illusione dei luoghi di potere, dove le luci sfavillanti del denaro, del successo, della moda, del piacere e del divertimento attraggono tutti per poi spegnersi e lasciare nel cuore dell’uomo un senso di noia e di nausea tipico della sazietà, ma nel silenzio, nel nascondimento e nel buio dei luoghi isolati, laddove nessuno vuole andare, laddove spesso vive un’umanità che nessuno vuole incontrare, laddove non esiste gente che fa teorie e studi sul luogo della nascita del Messia, ma solo si preoccupa di ascoltare le voci degli angeli che annunciano la salvezza, e corrono ad incontrarla.
Oggi, Dio lo trovi e ti apre la sua porta non dove si legifera e si vocifera sull’accoglienza da dare a chi viene da lontano e poi non si fa nulla, ma dove la carità concreta della gente semplice ed umile, che agisce in nome di Dio anche senza saperlo, apre la porta del proprio cuore per dare da mangiare, da bere, da vestire e da scaldarsi a chi non ne ha.
Dio – non ce lo dimentichiamo – non accetterà mai di abitare laddove c’è la luce del successo e del potere: sarebbe inutile, la sua luce non potrebbe risplendere, e non sarebbe vista e contemplata da nessuno. La sua gloria, come ci ha detto Isaia, risplende dove “la tenebra ricopre la terra e nebbia fitta avvolge i popoli…Allora guarderai e sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore”.
Pace e giustizia: cose da giovani! – Omelia di Domenica 1 Gennaio 2012 – Giornata Mondiale per la Pace
29 dicembre 2011 alle 22:35 | Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commentoDa diversi decenni, oramai, il nuovo anno si apre all’insegna della preghiera e della riflessione sul tema della pace. E da altrettanto tempo, questo tema viene affrontato nel tradizionale Messaggio che il Papa rivolge alla Chiesa Universale in forma strettamente connessa al tema della giustizia, al punto che si può veramente parlare con tranquillità di Giornata di Preghiera per la Pace e la Giustizia nel mondo.
È superfluo rammentare l’assenza di una pace duratura sul nostro pianeta: le guerre in atto, forse più civili che militari, sono ancora molte, e l’immediatezza dei mezzi di comunicazione ce le pone davanti agli occhi come pane quotidiano in tempo reale e nella loro cruda realtà, purtroppo spesso senza adeguati filtri di pudore e di buon senso. Cosa, questa, che se da un lato risponde al criterio di dovere di cronaca, dall’altro di certo non contribuisce alla creazione di una cultura e di una mentalità pacifista delle quali del resto tutti avremmo un po’ bisogno. Ed è abbastanza assodato, oramai, che non si può pensare alla pace solo come ad un’assenza di conflitti, anche se questo già rappresenterebbe una grande conquista: non si può parlare di pace là dove non si pensi innanzitutto alla creazione di un contesto di giustizia sociale. Alla base di ogni conflitto, infatti, anche laddove sia facilmente identificabile la parte del torto o della ragione, dell’oppressore o dell’oppresso, troviamo una o più situazioni di ingiustizia, di disuguaglianza, di scarsa fratellanza e di assenza totale di dialogo su temi fondamentali quali il diritto alla terra, alla casa, al lavoro, all’educazione, alla salute. Troppo spesso i conflitti nascono perché c’è chi possiede tutto e c’è chi non ha nulla: e finché chi ha tutto ritiene che il suo benessere coincida con una situazione di pace, avremo per contro sempre un esercito di gente che non ha nulla e che giustamente reclama il proprio accesso almeno alle elementari condizioni di vita dignitosa.
Ma nel messaggio che Benedetto XVI ha promulgato per la Giornata di quest’anno possiamo scorgere in maniera palese un elemento di novità già a partire dal titolo: Educare i giovani alla giustizia e alla pace.
Credo sia la prima volta in cui un Papa diriga e dedichi il Messaggio dell’1 Gennaio al mondo giovanile. Ed è interessante pure che lo formuli in chiave educativa, sia perché ci fa comprendere come la pace e la giustizia rappresentino un compito fondamentale della società, al punto da diventarne un elemento pedagogico; sai perché si colloca molto bene nel solco tracciato dai Vescovi Italiani che hanno deciso di dedicare gli orientamenti pastorali per il decennio in corso esattamente al tema dell’educazione alla “vita buona” insegnata nel Vangelo.
Al di là del contesto e della giusta collocazione del Messaggio, la ricchezza del testo proposto da Benedetto XVI si evince già dall’inizio del messaggio. Il Papa inizia (e non potrebbe essere altrimenti, credo) dalla lettura della particolare situazione di crisi finanziaria, sociale ed economica nella quale il pianeta si trova immerso. “Sembra quasi che una coltre di oscurità – cito testualmente – sia scesa sul nostro tempo e non permetta di vedere con chiarezza la luce del giorno”. Tuttavia, Benedetto XVI cerca subito di innestare una marcia “controcorrente”, ovvero la marcia della “speranza”. In una situazione come l’attuale abbiamo bisogno di buone dosi di entusiasmo: e chi maggiormente può aiutare il mondo a guardare al futuro con speranza sono coloro a cui il futuro è inevitabilmente affidato, ossia le giovani generazioni. Certo, vedendo la realtà giovanile che ci circonda, in ogni città e ad ogni latitudine, verrebbe da dire che grandi elementi di speranza non ce ne sono: ma invece di additare i giovani esclusivamente come cattivi, senza valori e incapaci di pensare a ideali alti, è giunto il momento di costruire per loro e intorno a loro un ambiente che li stimoli a prendere in mano seriamente il loro presente perché possano assicurare al nostro pianeta un futuro che, nella situazione attuale, ci pare molto incerto. Come fare?
Il Papa vede in un’instancabile azione educativa l’elemento chiave. Parlando di educazione, non si rivolge solo alle classiche istituzioni educative (famiglia e scuola), che rimangono comunque le istanze principali. Si rivolge anche ai responsabili politici e al mondo dei “media” perché facciano degli sforzi significativi che vadano in questa direzione. L’istituzione famiglia nel senso classico del termine è fortemente in crisi; la scuola lo è ancora di più. Se quindi i responsabili dei governi – continua il Papa – si danno da fare per attuare delle strategie politiche di supporto alla maternità e alla paternità, di accesso all’istruzione gratuita per tutti, di ricongiungimento delle famiglie separate a causa della necessità di trovare mezzi di sussistenza, e per avviare meccanismi di purificazione della politica da un’immagine di corruzione e di immondezza, certamente le giovani generazioni si sentirebbero maggiormente stimolate a guardare alla famiglia e alla società civile come a un punto di riferimento importante dal punto di vista valoriale.
E poi, cita la funzione fondamentale dei mezzi di comunicazione, che messi a servizio dell’istituzione educativa scolastica possono veramente aiutare in tempi brevissimi ed in maniera efficacissima a creare cultura e valori, invece di diventare un elemento di confusione e di diversione sociale che spesso sfocia anche in atti di incontrollabile violenza. La ricchezza dell’anelito alla libertà, ma anche l’escalation di violenza ad esso connessa che hanno contraddistinto, ad esempio, la cosiddetta “primavera araba” sono il risultato di un movimento creato in gran parte dai nuovi mezzi di comunicazione sociale, che attraverso la rete dei social – network hanno portato alla diffusione delle idee ad essa sottostanti: questa è la dimostrazione palese delle potenzialità che questi mezzi hanno su intere masse di giovani, e non ne vanno viste solamente le potenzialità negative. È proprio alle potenzialità positive delle giovani generazioni che Benedetto XVI affida la concreta possibilità della costruzione di un futuro basato sulla giustizia e sulla pace: ma a condizione che ognuno di noi faccia la propria parte per educare i giovani alla giustizia e alla pace.
Un percorso educativo deve passare attraverso l’educazione a due valori fondamentali: quello della verità e quello della libertà. L’anelito alla verità che è insito nel cuore di ogni uomo ci permette di incamminarci verso di essa nella misura in cui rinunciamo alle nostre posizioni individualistiche, sulle quali spesso ci arrocchiamo difendendo la nostra identità e rifiutando ogni forma di dialogo e di condivisione con l’altro (e i crescenti episodi di intolleranza che abbiamo sotto gli occhi quotidianamente rappresentano un pericoloso campanello d’allarme che dobbiamo cercare di zittire con ogni mezzo). La libertà intesa come relativismo assoluto che mi permette di fare “quello che voglio perchè sono io padrone del mio mondo” non aiuta certo un giovane a costruire una società basata sulla pacifica convivenza.
È necessario quindi che tutti facciamo lo sforzo di essere per i giovani degli autentici testimoni (è di questo che essi hanno bisogno più che di sterili discorsi pseudo educativi): testimoni che con loro vita dimostrino la voglia di andare alla ricerca profonda di quei valori che la legge morale scritta nel cuore degli uomini e troppo spesso assopita dalla ricerca del successo facile, dei soldi e del mito dell’eterna giovinezza esteriore è ancora capace di annunciare.
Per il cristiano, questo si specifica nella condivisione del dono più grande regalo fatto da Dio agli uomini: la carità concreta, spiccia, senza fronzoli e senza distinzioni. “Alzare gli occhi verso Dio”, come chiede il Papa al termine del suo messaggio, permette non solo di non affogare nei problemi della nostra quotidianità, ma “di incontrare Gesù Cristo”, fondamento della vera giustizia e della vera pace.
Incarnato – Omelia per il Natale – Domenica 25 dicembre 2011
21 dicembre 2011 alle 15:12 | Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commentoDa sempre, l’uomo cerca di spiegare Dio. Cerca di capirlo, di interpretarlo, e a volte ha cercato pure di nominarlo, di assegnargli un nome. La tradizione ebraica, da sola, gliene attribuisce settantadue; quella islamica, novantanove.
L’Altissimo, l’Eccelso, l’Immortale, l’Eterno, l’Infinito, l’Onnipotente; e poi ancora, l’Assoluto, il Creatore, l’Innominabile, l’Uno, il Signore, il Principio e la Fine. E anche le caratteristiche, ci dicono di lui: Misericordioso, Fedele, Giusto, Liberatore, Santo, Pietoso ma insieme Giudice, Terribile, Dominatore, Misterioso e Nascosto.
E poi la filosofia, che lungo i secoli lo definisce Sostanza innata, Motore immobile, Ragione pura, Spirito libero, Orologiaio del mondo, Proiezione di un immaginario represso, Oppio del popolo, Essere che non c’è più, che è morto. E quindi l’Essere, Colui che era, e che ora è entrato nel Nulla, addirittura è diventato il Nulla.
Esatto: il Nulla, ciò che l’uomo ha ottenuto ogni volta che ha provato a parlare di Dio. E ci prova ancora, cercando di scoprirne l’origine e la sostanza in un laboratorio di Ginevra: lo chiama “Particella di Dio” (nome certamente migliore di quello scientifico), lo attribuisce alla scoperta di un fisico (il “Bosone di Higgs”), e nei primi mesi del prossimo anno lo presenterà al mondo come ciò che diede origine alla Creazione. E nell’occasione, lo faranno pure incontrare con il Papa, convinti forse che il Papa possa proclamare un dogma al riguardo.
Ma sarà tutto perfettamente inutile. Perché ci ha già pensato Lui, a proclamare e rivelare la propria identità. “Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo”.
Dio si è rivelato all’uomo molte volte e in diversi modi, e qualche volta l’uomo l’ha pure capito. Ma indipendentemente da quello, alla fine dei tempi, ha deciso di rivelarsi là dove nessun uomo avrebbe mai pensato di incontrarlo: nel tempo e nello spazio. Nel suo tempo e nel suo spazio.
Nel suo tempo, nel tempo dell’uomo; ciò che l’uomo trova dentro di sé, quando la sua vita ha inizio, ma che paradossalmente si ritrova incapace a gestire, perché nessun uomo, alla fine, è padrone del suo tempo. E allora, il nostro tempo ce lo gestisce Lui: gli dà un inizio, gli stabilisce una fine, e contro lo scoglio del tempo fa infrangere le onde del nostro orgoglio.
E poi nello spazio; ciò che l’uomo trova al di fuori di sé, intorno a sé, e che per un misero frammento di tempo è pure chiamato ad occupare e a gestire. In affitto, però, mai da padrone. Perché nessuno di noi è mai padrone dello spazio che occupa: nulla abbiamo creato, e nulla ci porteremo via.
Nel tempo e nello spazio, là dove mai avremmo cercato Dio, è lui che viene in cerca di noi e assume il nostro tempo e il nostro spazio. E – cosa ancor più sconvolgente – lo fa incarnandosi. Assume non solo tempo e spazio, ma carne, sangue e ossa. Anima e corpo. Sentimenti, valori, pensieri, riflessioni, reazioni, rabbie, gioie e dolori.
Non più adorato in un Tempio, e neppure più solo contemplato nel Creato: Dio si rivela nella nostra carne mortale. Si fa uomo, fragile, misero, malato, indifeso, debole; precario, padre separato con figli a carico, disoccupato, in cassa integrazione, con mutui, Ici, Imu, tasse da pagare e rospi da ingoiare; senza prospettive, senza futuro, senza sicurezza per le strade, senza un tetto sotto il quale dormire, senza tolleranza perché straniero, senza protezione perché donna, senza dignità perché diverso.
E intorno a lui, un’altra umanità, anche se si fatica a definirla tale: sicura di sé, orgogliosa, senza scrupoli, incapace di pagare ciò che è giusto ma capace di scommettere su qualsiasi cosa, indifferente a ogni tipo di crisi, insensibile a ogni sofferenza, spregiudicata nel corrompere, sicura di sé come dei soldi che possiede.
Certo, anche quest’umanità entra nel presepe. Perché ogni presepe ha il suo castello di Erode. E ogni presepe ha sempre mucchi di sabbia e tanta, tanta paglia. Brillante e soffice, ma pur sempre sabbia spazzata dal vento; sottile e luccicante d’oro, ma pur sempre paglia, destinata a bruciare e a fare fumo. Su di essa, oggi si adagia un corpo, il corpo di un Bambino appena nato, il germoglio della Vera e Nuova Umanità. Che oggi assume un Volto, una Storia e un Nome.
Un Volto sofferente nel quale riconoscerlo, una Storia complicata nella quale incontrarlo, un Nome mai dato a Dio nel quale poterci salvare: il Dio Incarnato.
A volte, un Dio Incarnato che è pure un’assenza. Ma l’assenza di Dio non è mai inesistenza. Il Dio assente è solo “un Dio nascosto”, non è un Dio inesistente. È nascosto, e insieme Rivelato. È proprio come la nostra misera storia di ogni giorno, a volte splendente come il sole, a volte buia come la notte.
Una cosa è certa: la nostra realtà è dura, ma chi vive fuori dalla realtà non ha corpo, non ha tempo e non ha storia. E quindi, non ha salvezza. Perché non ha Dio, perché non è Dio.
Perché Dio “si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità”.
Il cammino di fede di Maria – Omelia di Domenica 18 dicembre 2011
15 dicembre 2011 alle 21:35 | Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commentoCi avviamo in maniera decisa verso la conclusione del cammino di preparazione al Natale. In una sorta di particolare coincidenza, come già era avvenuto per la Pasqua di quest’anno, celebrata molto avanti nel calendario e quindi lasciandoci tutto il tempo per assimilare bene il cammino di penitenza quaresimale, così l’Avvento di quest’anno (cadendo il Natale in domenica) si è sviluppato in tutta la sua lunghezza. Abbiamo quindi avuto quattro settimane complete, senza sconti, per preparare la nostra strada all’incontro con il Signore.
Ma in tutta sincerità, nemmeno se avessimo un anno completo per prepararci all’incontro con lui sarebbe mai sufficiente. Perché il cammino che ci prepara all’incontro con il Signore è un cammino costante, di ogni giorno dell’anno e in ogni epoca. E soprattutto, ci riguarda tutti. Perché è il cammino della fede, e quindi non è solo il cammino parziale di un determinato periodo dell’anno, vissuto con più o meno fervore o con maggiore o minore intensità. Ci sono, senza ombra di dubbio, alcuni periodi dell’Anno Liturgico che ci aiutano maggiormente nel prosieguo del nostro cammino, ma non ci possiamo limitare a quelli. E nemmeno siamo autorizzati a pensare che questo sia un cammino che riguarda solo alcuni, solo “gli addetti al mestiere”, i consacrati, o peggio ancora “i bigotti” che vanno in Chiesa a ogni ritocco di campana.
Il cammino di fede all’incontro con Dio riguarda ogni uomo di ogni condizione, razza, popolo, lingua o religione; di ogni epoca e di ogni cultura; e soprattutto, qualunque sia il grado di fede che alberga nel suo cuore. Prova ne è il fatto (e lo deduco dal brano di Vangelo che conclude il nostro percorso domenicale di Avvento) che nemmeno Colei che è diventata la Madre di Dio ne è stata esente. Solo dieci giorni fa ne celebravamo l’Immacolata Concezione; oggi il Vangelo ci ricorda il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio, reso possibile anche dal “sì” di Maria. Credo che celebrare le meraviglie che il Signore ha operato nella fanciulla di Nazareth non possa voler dire dimenticare che pure lei, come ogni donna ebrea del suo tempo, abbia dovuto compiere un cammino di fede incontro al Signore. Maria è l’Immacolata Concezione, ma non nasce già “arrivata” nella fede. Maria al termine della sua esistenza terrena è assunta in cielo in anima e corpo a sottolineare la grande dignità della Madre del Salvatore: ma la sua stessa esistenza è stata un continuo cammino di avvicinamento a Dio, fino alla perfezione dell’incontro definitivo con lui.
Mi permetto di leggere tra le righe di questo brano dell’Annunciazione le tappe del cammino interiore di Maria, che diviene simbolo e modello del cammino di fede di ognuno di noi. Lo desumo dalle tre risposte (due sono verbali, la prima invece è descritta da Luca come una domanda interiore) che Maria dà all’annuncio dell’Angelo. Ella innanzitutto “si domandava che senso avesse” essere salutata in quel modo. La domanda sul senso è la domanda che accompagna il nostro contatto iniziale con Dio, con la sua parola, o comunque con l’esperienza dell’Assoluto, di ciò che trascende la pura natura umana, la fisicità, per spingerci al pensiero delle cose soprannaturali: che senso ha ciò che facciamo? Qual è il senso dell’esistenza? Qual è il senso dell’affidare a qualcuno più grande di noi la realizzazione dei nostri desideri? Qual è – in definitiva – il senso di una vita che non riusciamo ancora bene a spiegarci come inizi e che soprattutto non sappiamo come e quando terminerà? In tutto questo, e sin dal principio, Dio ci viene incontro e ci aiuta con la presenza di qualcuno, di un “angelo” che ci dice: “Non temere, perché hai trovato grazia presso Dio”.
Anche la domanda sul senso della vita, indipendentemente dalla possibilità o meno di trovare una risposta, è un tempo di grazia che Dio ci offre. E in questo tempo, lungo questo cammino, ci indica pure verso dove ci vuole condurre, a quale meta siamo chiamati: quella della nostra salvezza, operata da Colui che viene a salvare la nostra vita e a instaurare il suo regno, un “regno che non avrà fine”.
Certo, il dubbio permane; l’incertezza, pure. Non è per il solo fatto che il Signore ci indica la meta che ora possiamo sapere con certezza come si svolgerà il cammino. Molte volte, il cammino dell’incontro con Dio è fatto di incertezze, di prove, di dolore (anche per Maria sarà così): e allora, chiederci: “Come avverrà questo?”, non è affatto una mancanza di fede o sintomo di incertezza, ma è il desiderio di andare a fondo, di capire qualcosa di più di questo non sempre chiaro rapporto di amicizia tra noi e Dio. Lo sottolineo spesso, anche nei colloqui individuali e nella confessione, a chi mi confida di sentirsi “senza fede” perché assalito dal dubbio, dall’incertezza, da troppe domande su Dio e sulla sua presenza paterna: le domande sul credere, sul “come avviene”, su “come è possibile che Dio faccia questo” non sono segni di mancanza di fede. Sono bensì tutto l’opposto: manifestano un animo profondamente desideroso di andare a fondo nelle cose di Dio, di cercarlo, di dare una ragione alla speranza che è in noi, di non vivere la fede in modo banale e superficiale, ma di volerla approfondire, pur nel buio di alcuni moneti d’incertezza e d’indecisione.
Nemmeno Dio lascia perdere. Continua ad andare a fondo, continua ad insistere nel volerci accompagnare all’incontro con lui, spiegandoci (a Maria, e in lei a tutti noi) che è lui che prende l’iniziativa, e che quando la prende la porta fino in fondo. Ce ne da la prova in altri che già hanno ricevuto i segni della sua misericordia (Elisabetta, parente di Maria, che genera nella sterilità). E in fondo ci dice che il cammino va avanti nonostante tutto, perché “nulla è impossibile a Dio”.
Resta l’ultimo passo, quello del “sì”. Dio non obbliga nessuno a credere, solo fa la sua proposta di salvezza. A noi rispondere positivamente oppure farci prendere dalla paura e quindi non affidarci a lui. Maria non ha più avuto paura e ha detto di sì. Ha celebrato le grandi opere che Dio ha compiuto in lei, e poi dentro di lei fa scendere un grande silenzio: non più una parola, non più un’affermazione in tutto il Vangelo, fino a quando Gesù avrà dodici anni.
Dodici anni di silenzio? Il Vangelo non dice nient’altro: di certo, è stato un silenzio che ha lasciato parlare la voce di Dio in lei. Maria alla fine del suo camino all’incontro con Dio ha detto “sì”. Adesso la risposta, a una settimana dal Natale, tocca a noi.
E venne un testimone – Omelia di domenica 11 dicembre 2011
9 dicembre 2011 alle 21:03 | Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento“E venne un uomo”. Questa frase, lapidaria e solenne, fu utilizzata, diversi anni fa, dal grande regista Ermanno Olmi per la sua opera cinematografica sulla vita di Papa Giovanni XXIII, il Papa Buono, talmente buono che nessuno aveva dubbi sull’elezione “ispirata” del Vicario di Cristo. Era davvero un uomo mandato da Dio.
A onor del vero, questa solenne frase tratta dal prologo del Vangelo di Giovanni lungo i cammini della storia è stata usata spesso per proclamare (a volte anche da loro stessi in persona) l’avvento di alcuni grandi della storia, visti davvero come i “salvatori della Patria”, indipendentemente da come poi si siano rivelati nell’esercizio delle loro funzioni. Dal “Dio mi ha dato la corona, guai a chi me la tocca” di napoleonica memoria, passando attraverso il “Dio con noi” dell’Ordine Teutonico esaltato dal Terzo Reich di Hitler, fino ai vari “unti del Signore” che a turno si susseguono nei palazzi della politica in ogni epoca e ad ogni latitudine… quella di sentirsi “mandati da Dio” è per gli uomini di potere una tentazione sempre latente e insieme innegabile. E oltre alla tentazione, esiste pure un pericolo, molto più reale: quello di credere che sia veramente così. Perché è da questa convinzione che sorgono declinazioni di potere assoluto che hanno spesso conseguenze drammatiche per il “popolo bue”, costretto a credere alla natura divina di chi le sancisce ed afferma.
Io ho pure un timore, e mi augurerei che possa sempre rimanere infondato, anche se non ne sono troppo convinto: che persone, autorità o istituzioni la cui funzione o il cui incarico hanno senza ombra di dubbio una reale e riconosciuta ispirazione divina e una motivazione religiosa indiscussa e fondata, arrivino in qualsiasi momento a non distinguere più tra “ispirazione” divina ed “essenza” divina, ergendosi così a somme autorità delle coscienze altrui, a fonti assolute di privilegi, a soggetti esenti da doveri e responsabilità (magari pure con la sfrontatezza di ricordare agli altri le regole da rispettare)… in definitiva, a non sentirsi “mandati” da Dio, ma a sentirsi Dio in persona. “Mandato” da Dio non significa “come” Dio, perché essere mandati da Dio significa fare ciò che lui vuole, mettersi a suo servizio; mentre essere “come” Dio, anzi per correttezza sarebbe più giusto dire “voler essere come Dio” è qualcosa che è già avvenuto molto tempo fa, al tempo delle origini, e bisogna riconoscere che da allora in poi non è andata molto bene all’uomo…
Bisogna essere onesti: se l’essere mandati da Dio vuol coincidere con l’essere “come” Dio, allora occorre accettare di essere ad immagine del Dio di Gesù Cristo, imitandolo nella sua nascita (avvenuta non certo in un castello o un palazzo regale, ma tra i “profumi” poco edificanti di una stalla), nella bassezza della propria estrazione sociale (figlio di un umile operaio del legno e di una ragazza guardata con sospetto perché incinta previamente al matrimonio), nella precarietà del lavoro e dell’alloggio (facendo il predicatore non si campa, ma nemmeno falegnami o pescatori hanno grandi prospettive), nel dramma di una condanna ingiusta da parte di un tribunale veramente corrotto e parziale, nella tragicità di una morte infame, atroce e straziante per sé stessi e per i propri cari. Questo è il Dio di Gesù Cristo; e se qualcuno di quelli che si sentono “mandati” da lui ha intenzione di andare oltre le righe e di voler esser “come lui”, allora sappia che la strada da seguire è quella.
Dài, siamo realisti: chi è veramente mandato da Dio, non lo sbandiererà mai ai quattro venti, ma lo dimostrerà con la propria vita, come un vero e autentico testimone. Proprio come quell’uomo mandato da Dio, il cui nome era Giovanni. Come dicevo, a parlarci di lui quest’oggi è un altro Giovanni, l’evangelista, ben più giovane di lui ma non per questo meno testimone, come lui stesso più volte ama definirsi nel suo Vangelo. Ed è proprio il concetto di “testimonianza” ciò su cui l’evangelista vuole insistere parlandoci del battezzatore di stanza a Betania, al di là del Giordano.
Giovanni il Battista ci è descritto come “testimone che viene per dare testimonianza alla luce”: ma la luce non era lui. La sua testimonianza è innanzitutto dire agli altri ciò che egli non è, ciò che non vuole nemmeno essere, nonostante la sua fama e il successo della sua originalissima predicazione gliene avessero dato ogni facoltà. Partendo dall’alto, i suoi inquisitori (quelli che ronzano sempre in giro ai potenti o ai presunti tali perché sperano in qualche modo di ottenerne benefici) incominciano ad insinuare che egli possa essere il Messia, il Cristo. Ma egli nega. E allora provano con Elia, colui che sarebbe dovuto tornare prima della venuta del Messia, colui del quale Giovanni assume le fattezze e le modalità, e di cui poi tra l’altro – grazie alla rivelazione di Gesù stesso – verremo a sapere che sarà proprio la sua spirituale reincarnazione. Ma il Battista nega anche questa evidenza. Sarà almeno un profeta… nient’affatto!
Egli è mandato da Dio, ed è Dio a sapere chi è lui e qual è la sua funzione: egli è solamente la voce che grida nel deserto annunciando l’arrivo del Signore. Egli solamente è venuto a battezzare nell’acqua, anticipando uno che ancora non è conosciuto, ma la cui grandezza è tale che di fronte a lui nessun uomo può avanzare pretese se non quella di essere servo, sciogliendo il laccio dei suoi sandali; e anche questo è già troppo!
È di testimoni come questi che il mondo ha bisogno oggi! È di gente che sa di essere voce di Dio, e non sua Parola, che i cristiani oggi hanno nostalgia! È di umili servi con il grembiule, e non di privilegiati signori in vesti luccicanti che la Chiesa oggi ha assoluta necessità!
Arriverà pure il momento in cui il Maestro ci chiederà di essere “la luce del mondo”: ma non senza essere il sale della terra e il lievito nella massa, che accettano di vivere nel silenzio e nell’aridità del deserto della vita di ogni giorno, con le sue crisi e con i suoi sacrifici, per lasciare che risuoni la voce di Dio.
Una voce, quest’oggi, piena di speranza, nonostante tutte le lugubri notizie sul nostro immediato futuro: Dio verrà presto, “a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore”.
Santi e immacolati nell’Amore – Omelia dell’Immacolata Concezione – 8 dicembre 2011
7 dicembre 2011 alle 16:24 | Pubblicato in Uncategorized | 1 commentoQuando il Beato Pio IX, l’8 dicembre 1854 (era un venerdì) proclamava il Dogma dell’Immacolata Concezione di Maria, non stava facendo nulla di così straordinario o avulso dalla mentalità dei cristiani come si potrebbe pensare, dal momento che già da secoli (come lui stesso ricorda nel documento ufficiale di proclamazione, la bolla Ineffabilis Deus) la famiglia dei credenti in Cristo lo viveva come una verità di fede, celebrandolo pure già nella Liturgia. La festa dell’Immacolata, infatti, si celebrava a Roma già nel XV secolo, e nei primi anni del ‘700 Clemente XI la estende alla Chiesa Universale. La sua popolarità, poi, ricevette un ulteriore impulso quattro anni dopo la definizione del dogma, con le apparizioni di Maria che si presenta come l’Immacolata Concezione ad una ragazzina in un piccolo paesino dei Pirenei chiamato Lourdes, divenuto poi uno dei maggiori centri della devozione mariana a livello mondiale.
Questo ragionamento iniziale mi è utile ad attuare una corretta comprensione del concetto di “dogma”, di verità di fede, che spesso vediamo solo come una “imposizione” gerarchica da parte dell’autorità somma della Chiesa, che i fedeli sono tenuti a rispettare e a proclamare, pena la non piena comunione con essa. In realtà, anche se c’è effettivamente una presa di posizione autorevole da parte del Papa, la definizione di un dogma di fede non è l’imposizione di una verità ai fedeli; anzi, con un’espressione forte ma efficace potremmo dire che si tratta esattamente del contrario, ossia che è la fede vissuta per secoli dalla tradizione che si “impone” e che “impone” alla Chiesa di essere proclamata ufficialmente e proposta alla venerazione e alla devozione universale. Insomma, possiamo dire che da sempre la Chiesa crede all’Immacolata Concezione di Maria, così come alla sua Assunzione in Cielo anima e corpo, nonostante i rispettivi dogmi siano stati proclamati solamente negli ultimi due secoli.
Nella motivazione che Pio IX diede a proposito del dogma dell’Immacolata Concezione, in più di un passaggio parla di “previsione”: ossia, che Maria vive la sua totale estraneità al peccato, sin dalla sua nascita, anzi addirittura dal momento del suo concepimento, “in previsione” della sua maternità divina, ovvero “in previsione” di essere la Madre del Salvatore, la cui principale missione è quella di salvare l’uomo dal peccato. E Dio aveva previsto tutto questo sin dalle origini del mondo: aveva “previsto” la creazione dell’uomo, ne aveva “previsto” la sua naturale limitatezza, aveva “previsto” il suo peccato, aveva “previsto” la necessità di un Salvatore, e “in previsione” della nascita di lui aveva dall’eternità predestinato Maria ad essere preservata dalla macchia del peccato, sia da quello originale che da tutti quei peccati che puntualmente commettiamo nella nostra quotidianità.
Ora, uscendo dalla terminologia un po’ vetusta che è anche frutto dell’impostazione teologica del XIX secolo, che cosa ci vuole insegnare la proclamazione di questo dogma?
Letto in maniera spicciola, ma anche molto riduttiva (anche a causa di una certa impostazione teologica), questo dogma può apparire come la proclamazione di una “necessaria predestinazione” di Maria alla totale assenza di peccato (di cui la verginità è il segno più alto ed evidente) perché potesse essere degna di essere la Madre del Figlio di Dio: di conseguenza, questo deve stimolare ogni credente a vivere una vita il più possibile esente dal peccato perché in Maria ci dà un’immagine di totale purezza. Quindi, ogni realtà umana che possa portare in sé i segni della fragilità e del peccato (in primis, la dimensione affettiva e sessuale), deve poter avere la sicura consolazione e la speranza di essere totalmente redenta da Colui che ci ha salvati dal peccato, e ha predestinato per questo sua Madre ad essere esente da colpa fin dal suo concepimento.
Nulla di anomalo, in tutto questo: ma certamente è tutto molto riduttivo. Anche perché poi tutto questo ha portato, lungo i venti secoli di cristianesimo ma soprattutto negli ultimi due, a vedere in tutte quelle che sono le relazioni umane (soprattutto in quella che è vissuta tra l’uomo e la donna) elementi innati di peccaminosità e d’immoralità, da combattere in ogni forma prima ancora di ricercarne invece la corretta assunzione e comprensione. E credo sia proprio quest’ultimo il senso profondo della proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione di Maria.
Maria, con la sua totale esenzione da una vita di peccato, ci sta a indicare non la potenziale pericolosità delle relazioni che viviamo con gli altri e con noi stessi, ma la loro profonda bontà, la loro ricchezza, la loro pienezza se vissute nell’ottica più profonda che il messaggio di Cristo ci ha insegnato: quello dell’amore e del rispetto reciproco.
Se le letture di oggi ci rimandano al peccato delle origini, non lo fanno per richiamarci con sterile nostalgia a qualcosa che “non c’è più” e che per cercare di ricuperare almeno parzialmente dobbiamo vivere in un’ottica di fuga dal peccato, soprattutto quello che riguarda la sfera affettiva o sessuale. Il rimando alle origini ci richiama invece alla sana originalità delle nostre relazioni: quella con Dio, quella tra di noi come uomini, quella tra uomo e donna, quella tra amici, quella tra colleghi e compagni di vita, quella tra persone che condividono gli stessi ideali e la stessa difficoltà dell’essere uomini nell’ottica della reciprocità e del rispetto. Cose che vengono minate alla base quando uno vuol sentirsi superiore all’altro, quando uno vuole poter fare a meno dell’altro, quando uno sente di potersi prendere gioco dell’altro. E queste cose avvengono indipendentemente dalla nostra irreprensibilità nei comportamenti morali e affettivi: sono qualcosa di molto più profondo.
In definitiva, una vita esente da peccato, una vita “immacolata”, non può ridursi a una serie di comportamenti irreprensibili nelle relazioni affettive e sessuali. La morale cristiana non può essere banalizzata riducendola alla pura sfera affettiva, quasi a dire “a posto la morale con una vita casta, è a posto tutto”. È qualcosa di più profondo, ovvero l’onesta e la rettitudine nelle nostre relazioni con Dio, con noi stessi e con gli altri: e la dimensione di vita “immacolata” di Maria sin dal suo concepimento ci riporta a un mondo delle origini dove Dio aveva creato tutto “facendo bene ogni cosa”, facendoci capire (perché lei ne è il modello) che è ancora possibile essere veri cristiani amandoci come fratelli; non solo con comportamenti affettivamente irreprensibili, ma facendo in modo che tutti i nostri comportamenti (anche, ovviamente, quelli della sfera affettiva) siano sinceri e profondi perché ricreano relazioni basate sull’amore e sul rispetto reciproco.
Se Dio ha preparato a suo Figlio una degna dimora attraverso l’Immacolata Concezione della Madre, è perché Maria fosse per lui la dimora dell’amore e del bene in tutte le sue dimensioni, ma soprattutto in quella delle relazioni umane. È lì che Gesù Cristo mostra la sua forza salvifica: non principalmente castigando i nostri comportamenti moralmente ambigui, ma mostrandoci qual è il vero senso del nostro rapporto con Dio, ossia mostrandoci prima di tutto il volto di un Dio che è Padre e Madre al tempo stesso, che ci chiede sì di essere perfetti, ma ce lo chiede da Padre misericordioso, non da giudice severo; che ci chiede sì di essere moralmente irreprensibili, ma non solo attraverso comportamenti sessualmente o affettivamente corretti, ma facendo in modo che questi comportamenti corretti siano segno di qualcosa di più grande, ovvero dell’Amore di Dio che ama ogni uomo e ogni donna (e ci invita a fare altrettanto) per ciò che ogni uomo e ogni donna sono, al di là della loro estrazione sociale, della loro storia e anche delle loro miserie umane.
Noi pure quindi potremo essere “immacolati” (come Maria già lo è, sin dal suo concepimento) quando sapremo vivere non nella perfezione assoluta dei nostri comportamenti – quella sì è una prerogativa che lasciamo onestamente e ben volentieri alla Madre di Dio – ma quando sapremo guardarci negli occhi tra uomo e donna, tra amici, tra fratelli, senza più “provare vergogna per la nostra nudità” (come Adamo nell’Eden), e scoprendo nel volto dell’altro, magari tra i solchi delle sue rughe segnate dai limiti della natura umana, il volto di Dio.
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